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L’altra intervista a Gino Strada


Gino Strada

Image via Wikipedia

Intervista a Gino Strada di Wanda Marra

L’opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, “il movimento arcobaleno reagirà”“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione?
Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?
Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?
Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.
A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni?
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace.
Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

Tratto da Micromega

Forse l’opinione di Gino Strada è quella che più si adatta a quell’opinione che non ho mai voluto esprimere. Certo se ci saranno manifestazioni noi saremo in piazza e, se non ci saranno manifestazioni NOI le organizzeremo.

Best Regards

Dedicato agli stolti..


forse vi serve anche questo video? http://tv.repubblica.it/mondo/l-esplosione-all-impianto-nucleare-di-fukushima/63922?video

In giappone come saprete c’è stato un enorme terremoto seguito da uno tsunami, non voglio fare
il catastrofista convinto che tutto questo infittirsi di catastrofi è dovuto al repentino cambia
mento di clima, non voglio nemmeno dire che poche ore dopo il terremoto il presidente del comitat
o olimpico giapponese ha detto che le gare di danza previste per la settimana seguente erano
possibili perchè la palestra in questione non aveva subito troppi danni e non voglio nemmeno sof
fermarmi sui soliti stereotipi sul giappone. Su una cosa però voglio incazzarmi e pretendo indig
nazione: tutto questo si sarebbe potuto evitare, cosa, il maremoto? no, quello no. Ma un esplosione
nucleare si e, la soluzione è sotto gli occhi di tutti: L’energia rinnovabile.

Nel post precedente ci eravamo dati un augurio, quello che a scoppiare fosse solo “L’INCUBO nucleare; ora, visto che il precedente augurio non ha funzionato: speriamo vada tutto male e che non si risolva assolutammente nulla.

Best Regards

Ve lo ricordate il trattato?


Ve lo ricordate il trattato di amicizia italo-libica? quello che l’Italia firmò senza che nessuna opposizione rifiutò, quello che non provocò grande sdegno e manifestazioni in tutta italia ma anzi, solo voci di contentezza imprenditoriale?

Il times di oggi informa che la NATO starebbe mettendo a punto i piani per inviare una forza aerea in Libia e armare i ribelli; Ieri, il premier britannico ha fatto sapere di aver ordinato al Capo di Stato maggiore di “lavorare insieme ai nostri alleati su una no-fly zone militare”, mentre gli Stati Uniti hanno annunciato un riposizionamento delle sue forze aeree e navali e l’invio nel Mediterraneo di circa 2.000 marine.

Ora, tutto questo va contro gli articoli 3, 4 e 5 che qui vi cito del trattato.

Articolo 3
Non ricorso alla minaccia o all’impiego della forza
Le Parti si impegnano a non ricorrere alla minaccia o all’impiego della forza contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica dell’altra Parte o a qualunque altra forma incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite,

Articolo 4
Non ingerenza negli affari interni

1. Le Parti si astengono da qualunque forma di ingerenza diretta o indiretta negli affari interni o esterni che rientrino nella giurisdizione dell’altra Parte, attenendosi allo spirito di buon vicinato.
2. Nel rispetto dei principi della legalità internazionale, l’Italia non userà, ne permetterà l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro la Libia e la Libia non userà, né permetterà, l’uso dei propri territori in qualsiasi atto ostile contro l’Italia.

Articolo 5
Soluzione pacifica delle controversie

In uno spirito conforme alle motivazioni che hanno portato alla stipula del presente Trattato di Amicizia, Partenariato e Cooperazione, le Parti definiscono in modo pacifico le controversie che potrebbero insorgere tra di loro, favorendo l’adozione di soluzioni giuste ed eque, in modo da non pregiudicare la pace e la sicurezza regionale ed, internazionale.

Siamo di fronte all’incoerenza più totale o invece ad una scelta coraggiosa quanto costituzionale assolutamente inaspettata per un inetto quale Berlusconi? Non lo sappiamo, ma speriamo di cuore che sia la seconda, e che il sale torni nella zucca di tutti, specie in quella dei nostri governanti

Fonti:
Governo Italiano
Affari Italiani
Trattato di Amicizia, Partenariato e Collaborazione.

CollaborAZIONE?


Leggo ora su un famoso quotidiano nazionale un’enorme pubblicità ad una facciata dell’eni: lo slogan è collaborazione, è una parola per crescere, insieme.

Ora, questo blog non vuole essere una pubblicità per il nostrano gruppo petrolifero -anche se, una bella sponsorizzazione da parte dell’eni ci starebbe bene- ma vogliamo farvi capire la realtà con senso critico, fare in modo di vedere anche l’altra faccia della verità.

Secondo il “grande dizionario garzanti della lingua italianacollaborazione è il collaborare; la cooperazione: collaborazione saltuaria, fissa; offrire la propria collaborazione. Collaborazione è quindi il trattato di amicizia italo-libica, collaborazione è quindi il sostegno francese alle dittature dell’africa sub-sahariana per la questione energetica dell’uranio, la collaborazione è l’invasione militare italiana dell’afghanistan volta a cooperare con il governo fantoccio di Karzai contro i taliban e l’integralismo musulmano.

Non la pensano come quelli dell’ENI i sostenitori del MEND, il movimento per l’emancipazione del delta del Niger, il cui scopo dichiarato è quello di ottenere il controllo del petrolio nigeriano per riparare gli effetti collaterali dell’estrazione petrolifera, tra cui l’inquinamento che si vedono portare via sotto il naso l’enorme ricchezza del sottosuolo che, nelle mani giuste potrebbe risollevare la Nigeria da quel destino di povertà e sottomissione imposto dai loro governanti e dal mondo occidentale.

Chiunque veda quindi il paginone pubblicitario sui molti quotidiani nazionali, chiunque veda il carosello pubblicitario su tutti i canali di tutte le televisioni, chiunque ascolti alla radio quella piacevole canzoncina che esalta le virtù del gruppo nostrano stia attento, chè non è tutto oro quello che luccica.

La fortuna è un fatto di geografia, e quello che sta succedendo nel mondo -qualcuno ricorda l’annosa questione dei pirati somali?– ne è la perfetta dimostrazione; un motivo in più per dichiarare il sostegno più che mai necessario alle fonti di energia rinnovabile, affinchè lo sfruttamento dei paesi fonti di energia primaria, affinchè l’appoggio a leader sanguinari o l’enorme spesa pubblica finalizzata all’acquisto di combustibili fossili cessi una volta per tutte; perchè in questo mondo corrotto solo quando smetteranno di girare soldi sporchi sull’energia, questa inizierà a fare il bene comune e non l’interesse dei ,soliti, pochi furbi.

Concludo citando Ray Bradbury.

“Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. Non chiedere garanzie, non chiedere sicurezza economica, un siffatto Feniceanimale non è mai esistito; e se ci fosse, sarebbe imparentato col pesante bradipo che se ne sta attaccato alla rovescia al ramo di un albero per tutto il santo giorno, ogni giorno, passando l’intera vita a dormire. Al diavolo” diceva il nonno “squassa l’albero e fa’ che il pesante bradipo precipiti al suolo e batta per prima cosa il culo!”.un antica leggenda narra di una fenice, ella viveva per 3 o 400 anni e poi si costruiva una pira funebre e si inceneriva, dalle ceneri rinasceva una nuova fenice più bella e più nuova di prima.
L’uomo è come quella fenice, solo che l’uomo è in grado di ricordarsi quello che ha fatto, e così si migliora e si evolve.

Io ho già fatto la mia scelta. E voi?

POST SCRIPTUM: moltissimi altri blog e siti di informazione più preparati del nostro vi possono informare meglio sul caos che sta succedendo in libia. Il nostro consiglio è quello di tendere le orecchie e non guardare i TG. A presto!

E noi che pensiamo alle ballerine.


Il nordAfrica è in fiamme, dagli articoli che leggo sull’edizione online del corriere della sera le cose stanno andando davvero male, ma c’è da stupirsi? Lo sapevamo da anni che il leader libico da noi sostenuto commetteva atroci violenze, schierava le forze di polizia contro i manifestanti. Ci voleva tanto a svegliarci?

Comunque mentre in italia mr. rubacuori pensa a qualche modo fantasioso di chiamare la prossima legge elettorale il Libia viene oscurato tutto internet, e le vittime salgono a settanta; in Kuwait ci sarebbero almeno trenta feriti e cinquanta arresti.

In Bahrein la coalizione Wefaq, principale gruppo di opposizione sciita, ha respinto l’offerta di dialogo avanzata da re Hamad, ribadendo che prima il governo dovrá rassegnare le dimissioni e ritirare i soldati dalle strade di Manama. Lo riferisce la Bbc, ricordando che ieri sono stati almeno 50 i feriti durante i funerali dei 4 manifestanti uccisi nei giorni scorsi. Re Hamad Isa al-Khalifa aveva chiesto al figlio maggiore Salman di avviare colloqui a livello nazionale per risolvere la crisi.

Flag of the Organization of Petroleum Exportin...

l'OPEC il cartello che riunisce gli esportatori di petrolio

Anche Muscat, in Oman, è stata teatro di manifestazioni anti-governative per chiedere «democrazia» e «più soldi e più lavoro». Venerdì , dopo la preghiera , nel distretto commerciale di Ruwi, nella capitale dell’Oman, circa 300 tra donne e uomini hanno manifestato pacificamente per circa un’ora. In risposta alle proteste nate per la disoccupazione e la povertà, il piccolo paese non-Opec ha aumentato gli stipendi dei dipendenti nazionali che lavorano nel settore privato.

In Algeria dove 400 manifestanti stanno sfidando il divieto di manifestare nella capitale algerina. Nella piazza del 1 maggio, luogo di ritrovo del corteo dell’opposizione, le forze di sicurezza impediscono di sostare. Qualsiasi passante che si ferma viene picchiato dalla polizia, riferiscono testimoni oculari.

Il mondo come reagisce? Obama definisce la situazione preoccupante; di cosa si preoccupano gli stati uniti? che i regimi da loro apertamente sostenuti cadano o che vengano ripetutamente violate le più elementari regole di rispetto civile?

Vedi cara è difficile spiegare, è difficile capire se non hai capito già…

L’Importanza di Internet per la democrazia


Era un numero che non era mai riuscito a nessuno: far sparire 80 milioni di persone in 13 minuti. Un secondo prima stavano freneticamente parlando, chattando, leggendo, inviando messaggi. Un secondo dopo sono state silenziate. Voilà; il trucco c’è ma non si vede.

Quanto avvenuto in Egitto la sera del 27 gennaio va infatti oltre la semplice censura. Lo hanno chiamato coprifuoco elettronico totale. Significa tagliare tutte le comunicazioni tranne le linee telefoniche fisse, e cioè web, email, sms, cellulari. Un operazione di oscuramento di un paese che non ha precedenti, iniziata già qualche giorno prima con il blocco delle connessioni ai social network più usati durante la rivolta come Facebook, Twitter; e proseguita con l’ordine dato ai fornitori di connettività locali – Vodafone Raya, Link Egypt, Telecom Egypt – di chiudere i rubinetti del traffico. Uno switch off previsto dalle leggi egiziane in caso di richiesta del ministero delle comunicazioni per EMERGENZA NAZIONALE (non vi ricorda le varie emergenze della prot. civile?). Una strozzatura avvenuta a livello di router, i computer che instradano il traffico internet fungendo da snodo delle autostrade digitali. E che si è ripetuta poco dopo per bloccare sms e telefonate via cellulare.

Cinque giorni di blocco della Rete totale, giusto per ricordarci che gli interruttori della rete purtroppo, esistono e sono per lo più controllati dagli Isp e da società private. Che a loro volta rispondono, anche obtorto collo al potere dei singoli stati.

Il giorno del blocco della rete restavano solo due strade agli egiziani per fare uscire le informazioni dal loro paese: la sempiterna linea fissa e il dial-up cioè l’utilizzo dei modem collegati a loro volta al telefono(altro che ADSL insomma); ed è a questo punto che si è scatenata la solidarietà, e la creatività, internazionale: hanno iniziato quelli di We Rebuild con un bombardamento via fax del paese nordafricano: nelle macchine dei privati e istituzioni arrivavano fogli contenenti documenti svelati da Wikileaks sulla corruzione dell’Egitto; e poi istruzioni su come connettersi a Internet in modo alternativo o utilizzare le connessioni dial-up, o come trasformare il proprio cellulare in un modem. Interessante è stata anche la reazione che ha provocato il provvedimento di Mubarak a Palo Alto in California, dove un imprenditore iraniano, Shervin Pishevar ha immediatamente organizzato un piano di lotta che consiste nel procurare gli strumenti necessari per bypassare l’oscuramento delle telecomunicazioni.

Pishevar prima ha lanciato un appello a tutti gli ingegneri e programmatori del mondo perchè lo aiutassero a restituire agli egiziani il maltolto; poi ha inaugurato l’ Open Mesh Project, un iniziativa che vuole riportare la connessione internet nei paesi in questa viene negata, sfruttando le caratteristiche collaborative che la rete stessa ha in questi anni insegnato.

Il nocciolo di partenza dell’Open Mesh Project è un software che trasforma pc e portatili in Router, quei calcolatori che, come prima spiegato, gestiscono il traffico della rete e permettono alle comunicazioni di giungere a destinazione. Visto che il substrato fisico della rete, i cavi, erano stati resi inaccessibili dal regime, l’unica alternativa disponibile era passare per quel mezzo che nessun dittatore è riuscito ancora a sottrarre ai cittadini: l’aria.       La rete di emergenza con cui Pishevar vuole risolvere iproblemi di oscuramento si basa infatti sul Wi-Fi.

Un’azienda canadese ha risposto immediatamente all’appello fornendo anche una soluzione hardware: macchine grandi come un mattone che rimbalzano il segnale, permettendo ai pc di entrare in comunicazione fra loro.

Si viene così a creare una grande intranet che consente di comunicare all’interno del paese forzatamente disconnesso e di organizzare le azioni di protesta e la circolazione delle informazioni. E’ possibile quindi trasformare l’intranet dei resistenti in una vera e propria internet, collegata cioè al resto della telecomunicazione mondiale, basta che si trovi un qualsiasi accesso verso l’esterno, ad esempio via satellite.

Non c’è stato il tempo materiale di inviare le armi di resistenza di massa nel paese nordafricano, visto che il black-out è durato cinque giorni. Ma non per questo l’Open Mesh Project è tantomeno importante o si è arrestato. Anzi l’idea è quella di inviare gratuitamente software e hardware in tutte quelle nazioni che hanno leggi che permettono al governo di chiudere l’interruttore della rete, in modo che i cittadini possano non farsi trovare impreparati in caso di bando delle comunicazioni IP.

Insomma: quando capiranno che internet è uguale a una maggiore democrazia e sviluppo? Loro si non si arrenderanno? Noi neppure (ma gli conviene?)

Fonti:
Articolo del corriere
Wikipedia per le voci: Router, Isp, Dial-up.
Open Mesh Project.
Twitter.com #egypt