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L’altra intervista a Gino Strada


Gino Strada

Image via Wikipedia

Intervista a Gino Strada di Wanda Marra

L’opinione pubblica tace e le coscienze dormono, ma secondo il leader di Emergency, nonostante sia stato preso alla sprovvista, “il movimento arcobaleno reagirà”“La guerra è stupida e violenta. Ed è sempre una scelta, mai una necessità: rischia di diventarlo quando non si fa nulla per anni, anzi per decenni”. Gino Strada, fondatore di Emergency (che tra l’altro proprio in questi giorni sta lanciando il suo mensile E, in edicola dal 6 aprile), mentre arriva il via libera della comunità internazionale all’attacco contro la Libia e cominciano i primi bombardamenti, ribadisce il suo “no” deciso alla guerra come “mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”, citando la Costituzione italiana.

Che cosa pensa dell’intervento militare in Libia?
Questo è quello che succede quando ci si trova davanti a situazioni lasciate incancrenire. L’unica cosa che auspico è che si arrivi in fretta a un cessate il fuoco. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu è molto ambigua nella formulazione: vanno adottate “tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile”. Vuol dire tutto e niente.

Dunque, lei è contrario?
Assolutamente. Il mio punto di vista è sempre contro l’uso della forza, che non porta da nessuna parte.

Ma allora bisogna stare a guardare mentre Gheddafi bombarda la sua popolazione?
Sono un chirurgo. Non faccio il politico, il diplomatico, il capo di Stato. Non so in che modo si è cercato di convincere Gheddafi a cessare il fuoco. E poi le notizie che arrivano sono confuse e contraddittorie.

Però, alcuni punti sembrano chiari: che Gheddafi è un dittatore, contro il quale c’è stata una rivolta popolare e che sta massacrando i civili, per esempio…
Che Gheddafi sia un dittatore è molto chiaro. Che stia massacrando i civili è chiaro, ma impreciso: lo fa da anni, se non da decenni. E noi, come Italia, abbiamo contribuito, per esempio col rifornimento di armi. Se il principio è che bisogna intervenire dovunque non c’è democrazia, mi aspetto che qualcuno cominci i preparativi per bombardare il Bahrein. Che facciamo, potenzialmente bombardiamo tutto il pianeta? Sia chiaro, non ho nessuna simpatia per Gheddafi, ma non credo che l’uso della violenza attenui la violenza. Quanti dittatori ci sono in Africa? Bisogna bombardarli tutti? E poi: con questo ragionamento, la Spagna potrebbe decidere di bombardare la Sicilia perché c’è la mafia.

Questo conflitto però viene percepito come intervento umanitario, più di quanto non sia accaduto, per esempio, con quelli in Afghanistan e in Iraq. Lei non crede che questo caso sia diverso da quelli?
Ogni situazione è diversa dall’altra. I cervelli più alti del pianeta hanno una visione della politica che esclude la guerra. Voglio rifarmi a ciò che scrivono Einstein e Russell, non a ciò che dicono i Borghezio e i Calderoli. Sarkozy non mi sembra un grande genio dell’umanità. E dietro ci sono sempre interessi economici.

Ma qual è la soluzione?
A questo punto è molto difficile capire cosa si può fare. Si affrontano le questioni quando divengono insolubili. A questo punto che si può fare? Niente, trovarsi sotto le bombe. Non è possibile che si ragioni sempre in termini di “quanti aerei, quante truppe, quante bombe”. Invece, magari avremmo potuto smettere di fare affari con Gheddafi.

Che cosa pensa della posizione italiana?
Vorrei conoscerla. Frattini un paio di giorni fa ha detto che “il Colonnello non può essere cacciato”. Cosa vuol dire: che non si deve o non si può? Noi non abbiamo nessuna politica estera, come d’altra parte è stato ai tempi dell’Afghanistan e dell’Iraq.

Salta agli occhi come questa guerra stia scoppiando senza una vera partecipazione emozionale. E senza nessuna mobilitazione pacifista. Per protestare contro l’intervento in Afghanistan ci furono manifestazioni oceaniche in tutto il mondo.
A Roma eravamo tre milioni.

E adesso dove sono quei tre milioni?
Non è un dettaglio il fatto che le forze politiche che allora promuovevano le mobilitazioni, in Parlamento poi hanno votato per la continuazione della guerra. E, infatti, la sinistra radicale ha perso 3 milioni di voti.

Ma al di là della politica, l’opinione pubblica tace.
Questa guerra è arrivata inaspettata: se andrà avanti sicuramente ci sarà una mobilitazione per chiedere che si fermi il massacro.

Inaspettata o no, il silenzio del movimento pacifista colpisce.
Il movimento pacifista esiste e porta avanti le sue battaglie, da quella per la solidarietà, alla lotta contro la privatizzazione dell’acqua, al no agli esperimenti nucleari. E certamente si farà sentire per chiedere la fine del massacro.

Dunque, secondo lei non c’è un addormentamento delle coscienze?
Certo che c’è, e non potrebbe essere il contrario. Abbiamo un governo guidato da uno sporcaccione, e nessuno dice niente. Ha distrutto la giustizia, e nessuno dice niente. Sono anni che facciamo respingimenti e si incita all’odio e al razzismo. Non sono cose che passano come gocce d’acqua.

Tratto da Micromega

Forse l’opinione di Gino Strada è quella che più si adatta a quell’opinione che non ho mai voluto esprimere. Certo se ci saranno manifestazioni noi saremo in piazza e, se non ci saranno manifestazioni NOI le organizzeremo.

Best Regards

A nemico che fugge..


FACCIAMO PONTI D’ORO!

Notizia ANSA Intervistato dal Corriere della Sera, il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi afferma di voler ”sparire dalla prima linea”.

”Voglio dedicarmi alla mia famiglia, alla mia compagna”, ma anche ”fare il senatore e continuare a lavorare a fianco del presidente Berlusconi”, spiega il coordinatore del Pdl. ”Spero che nelle retrovie io possa trovare un minimo di terreno utile a fare quello che per me significa la politica: un confronto di idee e impegno per il rinnovamento del Paese”.

Sandro Bondi, Italian politician

Image via Wikipedia

Bondi ammette che ”non è normale” il fatto di non andare piu’ al dicastero ma, precisa, ”non ho mai cessato i miei doveri di ministro, anche se sono consapevole di molte sconfitte. Ultimi i miei interventi per il decreto Milleproroghe, anche se pure questi non sono serviti a ottenere risultati positivi”. Il responsabile dei Beni culturali racconta di aver ”vissuto la mozione di sfiducia come una grande lacerazione”.

”Per tre mesi sono stato sotto attacco dell’opposizione in maniera violenta e non ho ricevuto nessuna solidarieta’. Sono stato lasciato solo”.

Bondi accusa Casini, reo di aver votato a favore della mozione di sfiducia. ”Sono stato l’unico dentro al Pdl a tenere sempre una porta aperta nei confronti del suo partito, lui mi ha ricambiato con un atteggiamento barbaro”.

CollaborAZIONE?


Leggo ora su un famoso quotidiano nazionale un’enorme pubblicità ad una facciata dell’eni: lo slogan è collaborazione, è una parola per crescere, insieme.

Ora, questo blog non vuole essere una pubblicità per il nostrano gruppo petrolifero -anche se, una bella sponsorizzazione da parte dell’eni ci starebbe bene- ma vogliamo farvi capire la realtà con senso critico, fare in modo di vedere anche l’altra faccia della verità.

Secondo il “grande dizionario garzanti della lingua italianacollaborazione è il collaborare; la cooperazione: collaborazione saltuaria, fissa; offrire la propria collaborazione. Collaborazione è quindi il trattato di amicizia italo-libica, collaborazione è quindi il sostegno francese alle dittature dell’africa sub-sahariana per la questione energetica dell’uranio, la collaborazione è l’invasione militare italiana dell’afghanistan volta a cooperare con il governo fantoccio di Karzai contro i taliban e l’integralismo musulmano.

Non la pensano come quelli dell’ENI i sostenitori del MEND, il movimento per l’emancipazione del delta del Niger, il cui scopo dichiarato è quello di ottenere il controllo del petrolio nigeriano per riparare gli effetti collaterali dell’estrazione petrolifera, tra cui l’inquinamento che si vedono portare via sotto il naso l’enorme ricchezza del sottosuolo che, nelle mani giuste potrebbe risollevare la Nigeria da quel destino di povertà e sottomissione imposto dai loro governanti e dal mondo occidentale.

Chiunque veda quindi il paginone pubblicitario sui molti quotidiani nazionali, chiunque veda il carosello pubblicitario su tutti i canali di tutte le televisioni, chiunque ascolti alla radio quella piacevole canzoncina che esalta le virtù del gruppo nostrano stia attento, chè non è tutto oro quello che luccica.

La fortuna è un fatto di geografia, e quello che sta succedendo nel mondo -qualcuno ricorda l’annosa questione dei pirati somali?– ne è la perfetta dimostrazione; un motivo in più per dichiarare il sostegno più che mai necessario alle fonti di energia rinnovabile, affinchè lo sfruttamento dei paesi fonti di energia primaria, affinchè l’appoggio a leader sanguinari o l’enorme spesa pubblica finalizzata all’acquisto di combustibili fossili cessi una volta per tutte; perchè in questo mondo corrotto solo quando smetteranno di girare soldi sporchi sull’energia, questa inizierà a fare il bene comune e non l’interesse dei ,soliti, pochi furbi.

Concludo citando Ray Bradbury.

“Riempiti gli occhi di meraviglie, vivi come se dovessi cadere morto fra dieci secondi! Guarda il mondo: è più fantastico di qualunque sogno studiato e prodotto dalle più grandi fabbriche. Non chiedere garanzie, non chiedere sicurezza economica, un siffatto Feniceanimale non è mai esistito; e se ci fosse, sarebbe imparentato col pesante bradipo che se ne sta attaccato alla rovescia al ramo di un albero per tutto il santo giorno, ogni giorno, passando l’intera vita a dormire. Al diavolo” diceva il nonno “squassa l’albero e fa’ che il pesante bradipo precipiti al suolo e batta per prima cosa il culo!”.un antica leggenda narra di una fenice, ella viveva per 3 o 400 anni e poi si costruiva una pira funebre e si inceneriva, dalle ceneri rinasceva una nuova fenice più bella e più nuova di prima.
L’uomo è come quella fenice, solo che l’uomo è in grado di ricordarsi quello che ha fatto, e così si migliora e si evolve.

Io ho già fatto la mia scelta. E voi?

POST SCRIPTUM: moltissimi altri blog e siti di informazione più preparati del nostro vi possono informare meglio sul caos che sta succedendo in libia. Il nostro consiglio è quello di tendere le orecchie e non guardare i TG. A presto!

Forum per il Nucleare, o forum nucleare?


Mi riferisco alla recente decisione del comitato per l’autodisciplina pubblicitaria dello spot del Forum nucleare in cui si discuteva di pro e di contro giocando a scacchi.

“Lo  spot  si  propone  al  pubblico  secondo  lo  stile  di una comunicazione   neutrale   ed   informativa,  quasi  si  trattasse  di una comunicazione  sociale.  Proprio  per  ciò, il messaggio appare viziato per mancanza  di  trasparenza  circa  la  sua  finalità  promozionale, circa il prodotto  che  esso  mira  a  promuovere  (l’energia nucleare e la relativa scelta),  circa  l’identità  dell’inserzionista  e  la sua comunicazione di parte. Grazie allo sfoggio di un’apparente terzietà rispetto agli interessi coinvolti,  il  messaggio  utilizza  una  tecnica  persuasiva estremamente efficace,  che  risulta  però  fortemente  scorretta,  ponendosi  dunque in contrasto  con  l’articolo  2  del Codice, in quanto veicola affermazioni e rappresentazioni  che  possono  indurre  in errore il pubblico in relazione all’identità  dell’inserzionista  e quindi alle reali finalità promozionali del comunicato”.

Ovvero:
> Le scorie si possono gestire in sicurezza. E da quando? In sessant’anni l’industria nucleare non ha ancora trovato una soluzione per la gestione di lungo termine dei rifiuti nucleari;
> Tra 50 anni non potremo contare solo sui combustibili fossili. È vero, ma anche l’uranio è limitato;
> Le fonti rinnovabili non bastano. Sicuro? Uno scenario energetico 100% rinnovabile è possibile, come dimostrano analisi dell’Ue e dell’industria. ;

L’avevano già detto i nostri amici di GreenPeace, se ne erano altamente sbattuti quelli del forum nucleare.

Il Forum Nucleare ha come scopo la discussione sul tema del nucleare, saggissima proposta, se non fosse che a fondare questo forum, del quale è stata fatta intensa pubblicità su tutti i media sono stati appunto l’ENEL ed EDF ovvero le imprese che gestiscono gran parte dell’energia sia in Italia che in Francia, e che, sarebbero molto favorevoli al ritorno del nucleare (l’enel addirittura nel suo sito indica il nucleare come un energia rinnovabile!).

E’ poco credibile quindi un associazione che cerca di nascondere, sotto la maschera di una partita a scacchi, un fine gioco psicologico e di marketing che ha come unico scopo l’arricchimento delle lobby dell’energia; noi del blog ci siamo sempre detti contro l’energia nucleare e a favore delle energie rinnovabili, compiendo anche un accurata ricerca che vi invito a controllare, ma questo è davvero troppo.

Per fortuna qualcosa si è mosso, dopo le segnalazioni di tutta la blogosfera, dei comitati di attivisti a livello locale e nazionale, dopo le ripetute pressioni lo spot è stato cambiato, il forum nucleare ha subito un enorme smacco.
Odio gli indifferenti diceva Gramsci e, ricordiamoci tutti che se non facciamo qualcosa anche noi, il rischio del nucleare resta e rimane.

Per completezza di informazioni, pubblico i link ai due video:

Le fonti

Il valore dell’amicizia


Ne servono altre? Forse si..

Della canzone di Legnano


Quando Alberto da Giussano era ancora Italiano..

I

 

Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate
« Popolo di Milano », ei passa e chiede,
« Fatemi scorta al console Gherardo ».
Il console era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II

 

Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III

 

« Signori milanesi », il consol dice,
« La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega ».
il popol grida: « L’esterminio a Como! »

IV

 

« Signori milanesi », il consol dice,
« L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo? »
« A lancia e spada », tona il parlamento,
« A lancia e spada, il Barbarossa, in campo! »

V

 

Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI

 

« Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien » dice Alberto di Giussano
« Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in man gli giurâr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla ».

VII

 

« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venìan de le tre porte,
Il carroccio venìa parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi ».

VIII

 

« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperial, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo ».

IX

 

« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse ».

X

 

« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
Con le donne, co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore. —
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi ».

XI

 

« Vi sovvien », dice Alberto di Giussano,
« La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passion di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti ».

XII

 

Così dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento,
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento
Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

XIII

 

« Or ecco », dice Alberto di Giussano,
« Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io! » Ma il popol dice:
« Fia meglio i messi imperiali ». Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

I
Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate
« Popolo di Milano », ei passa e chiede,
« Fatemi scorta al console Gherardo ».
Il console era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III
« Signori milanesi », il consol dice,
« La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega ».
il popol grida: « L’esterminio a Como! »

IV
« Signori milanesi », il consol dice,
« L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo? »
« A lancia e spada », tona il parlamento,
« A lancia e spada, il Barbarossa, in campo! »

V
Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI
« Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien » dice Alberto di Giussano
« Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in man gli giurâr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla ».

VII
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venìan de le tre porte,
Il carroccio venìa parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi ».

VIII
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperial, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo ».

IX
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse ».

X
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
Con le donne, co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore. —
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi ».

XI
« Vi sovvien », dice Alberto di Giussano,
« La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passion di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti ».

XII
Così dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento,
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento
Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

XIII
« Or ecco », dice Alberto di Giussano,
« Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io! » Ma il popol dice:
« Fia meglio i messi imperiali ». Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

I
Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate
« Popolo di Milano », ei passa e chiede,
« Fatemi scorta al console Gherardo ».
Il console era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III
« Signori milanesi », il consol dice,
« La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega ».
il popol grida: « L’esterminio a Como! »

IV
« Signori milanesi », il consol dice,
« L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo? »
« A lancia e spada », tona il parlamento,
« A lancia e spada, il Barbarossa, in campo! »

V
Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI
« Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien » dice Alberto di Giussano
« Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in man gli giurâr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla ».

VII
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venìan de le tre porte,
Il carroccio venìa parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi ».

VIII
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperial, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo ».

IX
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse ».

X
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
Con le donne, co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore. —
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi ».

XI
« Vi sovvien », dice Alberto di Giussano,
« La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passion di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti ».

XII
Così dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento,
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento
Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

XIII
« Or ecco », dice Alberto di Giussano,
« Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io! » Ma il popol dice:
« Fia meglio i messi imperiali ». Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.