Archive for the ‘Editoriale’ Category

Il manifesto dell’antimodernità


Io ho firmato  

Un Modello di sviluppo atroce, sfuggito dal controllo anche di chi pretende di governarlo, ci sta schiacciando tutti, uomini e donne di ogni mondo. Proiettandoci a una velocità sempre crescente, che la maggioranza non riesce più a sostenere, verso un futuro orgiastico che arretra costantemente davanti a noi – perchè è lo stesso modello che lo rende irraggiungibile – crea angoscia, depressione, nevrosi, senso di vuoto e inutilità. In occidente questo modello paranoico è riuscito nell’impresa di far star male anche chi sta bene (566 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci). Esportato ovunque, per la violenza dei nostri interessi e quella, ancor più feroce, delle nostre buone intenzioni, il modello occidentale ha disgregato popolazioni, distrutto culture, identità, specificità, diversità, territori, tutto cercando di omologare a sè.

Il marxismo si è rivelato incapace di contenere e di sconfiggere il capitalismo. Perchè non è che una variante inefficiente dell’Industrialismo. Capitalismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia. Nati entrambi in occidente, figli della Rivoluzione industriale, sono illuministi, modernisti, progressisti, positivisti, ottimisti, materialisti, economicisti, hanno il mito del lavoro e pensano entrambi che industria e tecnologia produrranno una tale cornucopia di beni da far felice l’intera umanità. Si dividono solo sul modo di produrre e di distribuire tale ricchezza. Questa utopia bifronte ha fallito. L’Industrialismo, in qualsiasi forma, capitalista o marxista, ha prodotto più infelicità di quanta ne abbia eliminata. Per due secoli Capitalismo e Marxismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l’uno all’altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio.

Su questi temi fondanti però si tace o li si mistifica. Anche le critiche apparentemente più radicali si fermano di fronte alla convinzione indistruttibile che, comunque, quello industriale, moderno, è ‘il migliore dei mondi possibile’. Sia il capitalismo sia il marxismo, nelle loro varie declinazioni, non sono in grado di mettere in discussione la Modernità perchè nella Modernità sono nati e si sono affermati. Danno per presupposto ciò che deve essere invece dimostrato.

Stanchi di subire la violenza dell’attuale modello di sviluppo e il silenzio complice o la sordità di coloro, politici ed intellettuali, che dovrebbero farci da guida e invece ci stanno portando all’autodistruzione, in una società che non è più capace di recepire argomenti ma solo ‘coup de theatre’ abbiamo quindi pensato, recuperando una antica tradizione, di ricorrere ad un MANIFESTO in 11 punti che traccia le linee ideali e culturali di un programma che intendiamo portare anche in campo politico, extraparlamentare e parlamentare. Vogliamo passare all’azione .

Levate la testa, gente. Non lasciatevi portare al macello docili come buoi, belanti come pecore, ciechi come struzzi che han ficcato la testa nella sabbia. Infondo non si tratta che di riportare al centro di Noi stessi l’uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete. Chi condivide in tutto o in parte lo spirito del Manifesto lo firmi. Chi vuole collaborare anche all’azione politica, nei modi che preferisce e gli sono più congeniali, sarà l’arcibenvenuto. Abbiamo bisogno di forze fresche, vogliose, determinate, di uomini e donne stufi di vivere male nel “migliore dei mondi possibili” e di farsi prendere in giro. Forza ragazzi: si passa all’azione.

Postulato all’undicesimo punto: non mi riconosco più in uno stato perchè mi riconosco nell’unione europea, insieme di molteplici stati.

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Abolire la festa della donna?


Certo è che il carnevale da una sprizzata di follia a tutti, in un’improbabile, quanto tragicomica intervista allo psicanalista Paolo Nepoti la “giornalistaVirginia Perini, aiutata da improbabili immagini di d’Alema in mutandmimosee parla con lo psicologo riguardo all’inutilità della festa della donna.

L’articolo si basa sul fatto che adesso non ha più senso un giorno per ricordare le donne, per non dimenticare il ruolo che hanno, la pseudo intervistatrice sostiene infatti che il giorno della donna non serve perchè oggi Letizia Moratti è sindaco di Milano, Emma Marcegaglia numero uno di Confindustria, Susanna Camusso segretaria nazionale della Cgil, mentre Hillary Clinton da moglie tradita si è ritrovata segretaria di Stato americano (e stava per candidarsi alla Casa Bianca).
Ha quindi senso regalare mimose come gesto concreto di riconoscimento, una festa per manifestare solidarietà? Secondo noi si, anche perchè sennò con lo stesso spirito si potrebbe mettere in discussione la festa del papà, della mamma. E poi, sfido ognuno di voi a trovare un solo modo per il quale non bisognerebbe passare ogni momento della vita ad apprezzare e a ringraziare la donna in quanto tale.

Fonti: articolo su affari Italiani

L’Importanza di Internet per la democrazia


Era un numero che non era mai riuscito a nessuno: far sparire 80 milioni di persone in 13 minuti. Un secondo prima stavano freneticamente parlando, chattando, leggendo, inviando messaggi. Un secondo dopo sono state silenziate. Voilà; il trucco c’è ma non si vede.

Quanto avvenuto in Egitto la sera del 27 gennaio va infatti oltre la semplice censura. Lo hanno chiamato coprifuoco elettronico totale. Significa tagliare tutte le comunicazioni tranne le linee telefoniche fisse, e cioè web, email, sms, cellulari. Un operazione di oscuramento di un paese che non ha precedenti, iniziata già qualche giorno prima con il blocco delle connessioni ai social network più usati durante la rivolta come Facebook, Twitter; e proseguita con l’ordine dato ai fornitori di connettività locali – Vodafone Raya, Link Egypt, Telecom Egypt – di chiudere i rubinetti del traffico. Uno switch off previsto dalle leggi egiziane in caso di richiesta del ministero delle comunicazioni per EMERGENZA NAZIONALE (non vi ricorda le varie emergenze della prot. civile?). Una strozzatura avvenuta a livello di router, i computer che instradano il traffico internet fungendo da snodo delle autostrade digitali. E che si è ripetuta poco dopo per bloccare sms e telefonate via cellulare.

Cinque giorni di blocco della Rete totale, giusto per ricordarci che gli interruttori della rete purtroppo, esistono e sono per lo più controllati dagli Isp e da società private. Che a loro volta rispondono, anche obtorto collo al potere dei singoli stati.

Il giorno del blocco della rete restavano solo due strade agli egiziani per fare uscire le informazioni dal loro paese: la sempiterna linea fissa e il dial-up cioè l’utilizzo dei modem collegati a loro volta al telefono(altro che ADSL insomma); ed è a questo punto che si è scatenata la solidarietà, e la creatività, internazionale: hanno iniziato quelli di We Rebuild con un bombardamento via fax del paese nordafricano: nelle macchine dei privati e istituzioni arrivavano fogli contenenti documenti svelati da Wikileaks sulla corruzione dell’Egitto; e poi istruzioni su come connettersi a Internet in modo alternativo o utilizzare le connessioni dial-up, o come trasformare il proprio cellulare in un modem. Interessante è stata anche la reazione che ha provocato il provvedimento di Mubarak a Palo Alto in California, dove un imprenditore iraniano, Shervin Pishevar ha immediatamente organizzato un piano di lotta che consiste nel procurare gli strumenti necessari per bypassare l’oscuramento delle telecomunicazioni.

Pishevar prima ha lanciato un appello a tutti gli ingegneri e programmatori del mondo perchè lo aiutassero a restituire agli egiziani il maltolto; poi ha inaugurato l’ Open Mesh Project, un iniziativa che vuole riportare la connessione internet nei paesi in questa viene negata, sfruttando le caratteristiche collaborative che la rete stessa ha in questi anni insegnato.

Il nocciolo di partenza dell’Open Mesh Project è un software che trasforma pc e portatili in Router, quei calcolatori che, come prima spiegato, gestiscono il traffico della rete e permettono alle comunicazioni di giungere a destinazione. Visto che il substrato fisico della rete, i cavi, erano stati resi inaccessibili dal regime, l’unica alternativa disponibile era passare per quel mezzo che nessun dittatore è riuscito ancora a sottrarre ai cittadini: l’aria.       La rete di emergenza con cui Pishevar vuole risolvere iproblemi di oscuramento si basa infatti sul Wi-Fi.

Un’azienda canadese ha risposto immediatamente all’appello fornendo anche una soluzione hardware: macchine grandi come un mattone che rimbalzano il segnale, permettendo ai pc di entrare in comunicazione fra loro.

Si viene così a creare una grande intranet che consente di comunicare all’interno del paese forzatamente disconnesso e di organizzare le azioni di protesta e la circolazione delle informazioni. E’ possibile quindi trasformare l’intranet dei resistenti in una vera e propria internet, collegata cioè al resto della telecomunicazione mondiale, basta che si trovi un qualsiasi accesso verso l’esterno, ad esempio via satellite.

Non c’è stato il tempo materiale di inviare le armi di resistenza di massa nel paese nordafricano, visto che il black-out è durato cinque giorni. Ma non per questo l’Open Mesh Project è tantomeno importante o si è arrestato. Anzi l’idea è quella di inviare gratuitamente software e hardware in tutte quelle nazioni che hanno leggi che permettono al governo di chiudere l’interruttore della rete, in modo che i cittadini possano non farsi trovare impreparati in caso di bando delle comunicazioni IP.

Insomma: quando capiranno che internet è uguale a una maggiore democrazia e sviluppo? Loro si non si arrenderanno? Noi neppure (ma gli conviene?)

Fonti:
Articolo del corriere
Wikipedia per le voci: Router, Isp, Dial-up.
Open Mesh Project.
Twitter.com #egypt

Della canzone di Legnano


Quando Alberto da Giussano era ancora Italiano..

I

 

Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate
« Popolo di Milano », ei passa e chiede,
« Fatemi scorta al console Gherardo ».
Il console era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II

 

Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III

 

« Signori milanesi », il consol dice,
« La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega ».
il popol grida: « L’esterminio a Como! »

IV

 

« Signori milanesi », il consol dice,
« L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo? »
« A lancia e spada », tona il parlamento,
« A lancia e spada, il Barbarossa, in campo! »

V

 

Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI

 

« Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien » dice Alberto di Giussano
« Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in man gli giurâr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla ».

VII

 

« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venìan de le tre porte,
Il carroccio venìa parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi ».

VIII

 

« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperial, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo ».

IX

 

« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse ».

X

 

« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
Con le donne, co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore. —
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi ».

XI

 

« Vi sovvien », dice Alberto di Giussano,
« La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passion di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti ».

XII

 

Così dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento,
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento
Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

XIII

 

« Or ecco », dice Alberto di Giussano,
« Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io! » Ma il popol dice:
« Fia meglio i messi imperiali ». Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

I
Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate
« Popolo di Milano », ei passa e chiede,
« Fatemi scorta al console Gherardo ».
Il console era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III
« Signori milanesi », il consol dice,
« La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega ».
il popol grida: « L’esterminio a Como! »

IV
« Signori milanesi », il consol dice,
« L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo? »
« A lancia e spada », tona il parlamento,
« A lancia e spada, il Barbarossa, in campo! »

V
Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI
« Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien » dice Alberto di Giussano
« Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in man gli giurâr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla ».

VII
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venìan de le tre porte,
Il carroccio venìa parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi ».

VIII
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperial, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo ».

IX
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse ».

X
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
Con le donne, co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore. —
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi ».

XI
« Vi sovvien », dice Alberto di Giussano,
« La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passion di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti ».

XII
Così dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento,
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento
Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

XIII
« Or ecco », dice Alberto di Giussano,
« Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io! » Ma il popol dice:
« Fia meglio i messi imperiali ». Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

I
Sta Federico imperatore in Como.
Ed ecco un messaggero entra in Milano
Da Porta Nova a briglie abbandonate
« Popolo di Milano », ei passa e chiede,
« Fatemi scorta al console Gherardo ».
Il console era in mezzo de la piazza,
E il messagger piegato in su l’arcione
Parlò brevi parole e spronò via.
Allor fe’ cenno il console Gherardo,
E squillaron le trombe a parlamento.

II
Squillarono le trombe a parlamento:
Ché non anche risurto era il palagio
Su’ gran pilastri né l’arengo v’era,
Né torre v’era, né a la torre in cima
La campana. Fra i ruderi che neri
Verdeggiavan di spine, fra le basse
Case di legno, ne la breve piazza
I milanesi tenner parlamento
Al sol di maggio. Da finestre e porte
Le donne riguardavano e i fanciulli.

III
« Signori milanesi », il consol dice,
« La primavera in fior mena tedeschi
Pur come d’uso. Fanno pasqua i lurchi
Ne le lor tane, e poi calano a valle.
Per l’Engadina due scomunicati
Arcivescovi trassero lo sforzo.
Trasse la bionda imperatrice al sire
Il cuor fido e un esercito novello.
Como è co’ i forti, e abbandonò la lega ».
il popol grida: « L’esterminio a Como! »

IV
« Signori milanesi », il consol dice,
« L’imperator, fatto lo stuolo in Como,
Move l’oste a raggiungere il marchese
Di Monferrato ed i pavesi. Quale
Volete, milanesi? od aspettare
Da l’argin novo riguardando in arme,
O mandar messi a Cesare, o affrontare
A lancia e spada il Barbarossa in campo? »
« A lancia e spada », tona il parlamento,
« A lancia e spada, il Barbarossa, in campo! »

V
Or si fa innanzi Alberto di Giussano.
Di ben tutta la spalla egli soverchia
Gli accolti in piedi al console d’intorno.
Ne la gran possa de la sua persona
Torreggia in mezzo al parlamento: ha in mano
La barbuta: la bruna capelliera
Il lato collo e l’ampie spalle inonda.
Batte il sol ne la chiara onesta faccia,
Ne le chiome e ne gli occhi risfavilla.
È la sua voce come tuon di maggio.

VI
« Milanesi, fratelli, popol mio!
Vi sovvien » dice Alberto di Giussano
« Calen di marzo? I consoli sparuti
Cavalcarono a Lodi, e con le spade
Nude in man gli giurâr l’obedienza.
Cavalcammo trecento al quarto giorno,
Ed a i piedi, baciando, gli ponemmo
I nostri belli trentasei stendardi.
Mastro Guitelmo gli offerì le chiavi
Di Milano affamata. E non fu nulla ».

VII
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Il dì sesto di marzo? A i piedi ei volle
Tutti i fanti ed il popolo e le insegne.
Gli abitanti venìan de le tre porte,
Il carroccio venìa parato a guerra;
Gran tratta poi di popolo, e le croci
Teneano in mano. Innanzi a lui le trombe
Del carroccio mandâr gli ultimi squilli,
Innanzi a lui l’antenna del carroccio
Inchinò il gonfalone. Ei toccò i lembi ».

VIII
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Vestiti i sacchi de la penitenza,
Co’ piedi scalzi, con le corde al collo,
Sparsi i capi di cenere, nel fango
C’inginocchiammo, e tendevam le braccia,
E chiamavam misericordia. Tutti
Lacrimavan, signori e cavalieri,
A lui d’intorno. Ei, dritto, in piedi, presso
Lo scudo imperial, ci riguardava,
Muto, co ‘l suo diamantino sguardo ».

IX
« Vi sovvien » dice Alberto di Giussano,
« Che tornando a l’obbrobrio la dimane
Scorgemmo da la via l’imperatrice
Da i cancelli a guardarci? E pe’ i cancelli
Noi gittammo le croci a lei gridando:
— O bionda, o bella imperatrice, o fida,
O pia, mercé, mercé di nostre donne! —
Ella trassesi indietro. Egli c’impose
Porte e muro atterrar de le due cinte
Tanto ch’ei con schierata oste passasse ».

X
« Vi sovvien? » dice Alberto di Giussano:
« Nove giorni aspettammo; e si partiro
L’arcivescovo i conti e i valvassori.
Venne al decimo il bando — Uscite, o tristi,
Con le donne, co’ i figli e con le robe:
Otto giorni vi dà l’imperatore. —
E noi corremmo urlando a Sant’Ambrogio,
Ci abbracciammo a gli altari ed a i sepolcri.
Via da la chiesa, con le donne e i figli,
Via ci cacciaron come can tignosi ».

XI
« Vi sovvien », dice Alberto di Giussano,
« La domenica triste de gli ulivi?
Ahi passion di Cristo e di Milano!
Da i quattro Corpi santi ad una ad una
Crosciar vedemmo le trecento torri
De la cerchia; ed al fin per la ruina
Polverosa ci apparvero le case
Spezzate, smozzicate, sgretolate:
Parean file di scheltri in cimitero.
Di sotto, l’ossa ardean de’ nostri morti ».

XII
Così dicendo Alberto di Giussano
Con tutt’e due le man copriasi gli occhi,
E singhiozzava: in mezzo al parlamento,
Singhiozzava e piangea come un fanciullo.
Ed allora per tutto il parlamento
Trascorse quasi un fremito di belve.
Da le porte le donne e da i veroni,
Pallide, scarmigliate, con le braccia
Tese e gli occhi sbarrati al parlamento
Urlavano — Uccidete il Barbarossa! —

XIII
« Or ecco », dice Alberto di Giussano,
« Ecco, io non piango più. Venne il dì nostro,
O milanesi, e vincere bisogna.
Ecco: io m’asciugo gli occhi, e a te guardando,
O bel sole di Dio, fo sacramento:
Diman da sera i nostri morti avranno
Una dolce novella in purgatorio:
E la rechi pur io! » Ma il popol dice:
« Fia meglio i messi imperiali ». Il sole
Ridea calando dietro il Resegone.

PIOVE, GOVERNO LADRO


Piove, il fiume non regge, il terreno urla, la grande onda che emerge; cantine allagate, case allagate, pozzanghere allagate.
– Maga, o maga, dacci un segno! –
– “Capricorno!” disse lei con un tono di mistero.
Come gli eroi delle mitiche favole anche noi abbiamo bisogno di segnali, di un segno; qui a Vicenza lo abbiamo appena avuto: dopo una settimana all’insegna del sole e del divertimento dal giorno sabato 30 ottobre la pioggia è scesa a fiotti e quasi d’incanto vicenza si è trovata sotto acqua.
Come è possibile tutto ciò? Variati, attuale sindaco, denuncia in un comunicato i pesanti tagli ai fondi comunali da parte di governo e regione che rendono impossibile una corretta gestione delle risorse idriche comunali.
Nulla però giustifica la totale impreparazione delle istituzioni e delle amministrazioni, nulla giustifica l’edilizia selvaggia quale la continua costruzione di case vicino al fiume, la costruzione di ecomostri in cemento dannosi per la falda acquifera e per l’ambiente tutto come una base militare proprio sopra la falda acquifera, nulla giustifica le continue tradizioni dell’aratura che rendono il terreno instabile, più impermeabile e molto più facilmente erodibile dai fenomeni naturali.